Libera

Sei in quell’album nuovo che ascolti la mattina
quello di quel gruppo dal nome strano

Sei in quel libro che ti sta piacendo studiare
e quella matita che ti sei arresa ad usare

Sei in quel cappello che ancora non hai
e nei martedì sera

Sei nelle firme sul cappello che hai
e nelle tue amiche, in quei pinguini di carta

Sei in tutti quei “pensati libera” che ti inseguono sui muri
e in quelli che segui

Sei in quelle foto che hai deciso di stampare
e in quelle ancora da scattare

Sei in quel bar che conosci da sempre da mesi ormai
e in quel tè che non conosci abbastanza da rifarlo

Sei in tutte queste cose
e in tante altre che ancora non sai
e in tutte queste cose sei
adesso
Libera

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Riprendersi

Riprenditi la tua musica
le tue serate
le tue abitudini

Riprenditi le tue serie tv
le tue strade
la tua dieta vegetariana

Riprenditi le tue lotte
e la tua maniera di essere felice

Non perché siano belle
importanti
colte
o giuste
solo perché sono tue
solo perché sei tu

Riprenditi

Trova tu il titolo

Potrei chiamarla «frustrazione»

O anche «rabbia», o

forse anche «rabbia triste» ma, uhm

sicuro non «tristezza»

-non da sola almeno- quante cose

Forse «braccio di ferro»?

Ti piace? Dimmi, rende l’idea?

Non va bene, non va, no

non è guerra -non deve esserlo-

non voglio che si vinca

vorrei che perdessimo entrambi

e che tu mi dicessi

-felicità semplice della tregua-

«cosa facciamo dopo?»

 

Pioggia di Bologna

picchietta il buongiorno

le sei e mezza di mattina

«già o ancora?» «ancora»

non ci sono nuvole

da dove viene quando non ci sono nuvole

amica mia che mi hai capita,

mi accarezzi in modo strano

-scusa!-

non è la parola giusta

qual è la parola giusta?

non le conosco, io, le parole giuste

ma grazie, comunque, grazie

amica mia che hai capito.

Attimi

Le risate soffocate durante la lezione

e le caricature a matita

Tutte le volte che dimentico di mangiare prima

e tutte le volte che me lo dici sempre

La casa di Alice come un porto sicuro, pieno di quelle risate troppo forti

troppo libere

troppo belle

Quella piazzetta di tutti e solo nostra

e le confessioni, quelle belle e quelle tristi

quelle belle e tristi

Il diluvio universale e io senza ombrello

e tu che ti senti in colpa ad andar via

e le stelle sulla strada al ritorno

e

e

e

.

.

.

Dopo;uerra

non ne potevi più e sei andata via

stavi scappando o rincorrendoti?

eri confusa,

era una fuga travestita da viaggio o un’avventura a cui hai dato il nome sbagliato?

ti hanno detto

buona fortuna

e ti è sembrato di malaugurio come a pesca

ti sei detta

buon viaggio

e te lo sei tenuto stretto come fosse un talismano

ora vivendo festeggi il tuo personalissimo boom economico

con la felicità di un’ex ferita di guerra.

Benvenuta

Matricola.

È strana, come parola, quasi quanto la sensazione che si porta dietro, con quel suono così duro in mezzo, quando, in realtà, tutto quello che sento è la morbida leggerezza degli inizi.

Uscendo dal ‘benvenuto alle matricole’ mi sento un ibrido, né carne né pesce, molto più piccola di quanto pensavo di essere mentre mi preparavo per la maturità, e mi sentivo capace di rifare il mondo daccapo. Ma non ho paura. Ora ho solo voglia di passeggiare sotto ai portici, di conoscere questa città come una persona con la quale si debba prendere poco a poco confidenza.

Fame e curiosità si alleano e guidano i miei passi verso un bar a Piazza Verdi, dove scopro il menù per studenti a quattro euro. Regà, altro che all you can eat.

Mangio con una ragazza con i capelli dal colore dei frutti di bosco e una ragazza con la pelle dello stesso colore del cioccolato fondente, di quella sfumatura che prende quando sotto c’è una nocciola, e lo strato diventa sottile.

Di pomeriggio mi unisco ad un gruppo di ragazzi che si dirigono ai giardini Margherita. Studiano tutti storia: siamo «mezzi colleghi», come dice uno di loro quando dico che studio filosofia. Un altro intavola con me una discussione su società e stato: nasce prima l’una o l’altro?

Mentre rido alle loro imitazioni di un professore, seduta sull’erba umida, penso che le cose andranno bene qui. Forse ho trovato davvero un mio posto felice, dove poter vivere tra il divertimento di cercare riferimenti a questo o a quel filosofo nei libri che leggo e la consapevolezza che una parte di me sta irrimediabilmente andando via, e che non è necessariamente un male.

Sto vivendo molte più emozioni di quelle traducibili in parole. Amando scrivere, forse questo dovrebbe frustrarmi. La verità è che ho capito che alcune emozioni vanno lasciate dove sono, senza inquinarle con la nostra assurda pretesa di poterle spiegare.

una cassa dritta nell’anima