Pioggia di Bologna

picchietta il buongiorno

le sei e mezza di mattina

«già o ancora?» «ancora»

non ci sono nuvole

da dove viene quando non ci sono nuvole

amica mia che mi hai capita,

mi accarezzi in modo strano

-scusa!-

non è la parola giusta

qual è la parola giusta?

non le conosco, io, le parole giuste

ma grazie, comunque, grazie

amica mia che hai capito.

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Attimi

Le risate soffocate durante la lezione

e le caricature a matita

Tutte le volte che dimentico di mangiare prima

e tutte le volte che me lo dici sempre

La casa di Alice come un porto sicuro, pieno di quelle risate troppo forti

troppo libere

troppo belle

Quella piazzetta di tutti e solo nostra

e le confessioni, quelle belle e quelle tristi

quelle belle e tristi

Il diluvio universale e io senza ombrello

e tu che ti senti in colpa ad andar via

e le stelle sulla strada al ritorno

e

e

e

.

.

.

Dopo;uerra

non ne potevi più e sei andata via

stavi scappando o rincorrendoti?

eri confusa,

era una fuga travestita da viaggio o un’avventura a cui hai dato il nome sbagliato?

ti hanno detto

buona fortuna

e ti è sembrato di malaugurio come a pesca

ti sei detta

buon viaggio

e te lo sei tenuto stretto come fosse un talismano

ora vivendo festeggi il tuo personalissimo boom economico

con la felicità di un’ex ferita di guerra.

Benvenuta

Matricola.

È strana, come parola, quasi quanto la sensazione che si porta dietro, con quel suono così duro in mezzo, quando, in realtà, tutto quello che sento è la morbida leggerezza degli inizi.

Uscendo dal ‘benvenuto alle matricole’ mi sento un ibrido, né carne né pesce, molto più piccola di quanto pensavo di essere mentre mi preparavo per la maturità, e mi sentivo capace di rifare il mondo daccapo. Ma non ho paura. Ora ho solo voglia di passeggiare sotto ai portici, di conoscere questa città come una persona con la quale si debba prendere poco a poco confidenza.

Fame e curiosità si alleano e guidano i miei passi verso un bar a Piazza Verdi, dove scopro il menù per studenti a quattro euro. Regà, altro che all you can eat.

Mangio con una ragazza con i capelli dal colore dei frutti di bosco e una ragazza con la pelle dello stesso colore del cioccolato fondente, di quella sfumatura che prende quando sotto c’è una nocciola, e lo strato diventa sottile.

Di pomeriggio mi unisco ad un gruppo di ragazzi che si dirigono ai giardini Margherita. Studiano tutti storia: siamo «mezzi colleghi», come dice uno di loro quando dico che studio filosofia. Un altro intavola con me una discussione su società e stato: nasce prima l’una o l’altro?

Mentre rido alle loro imitazioni di un professore, seduta sull’erba umida, penso che le cose andranno bene qui. Forse ho trovato davvero un mio posto felice, dove poter vivere tra il divertimento di cercare riferimenti a questo o a quel filosofo nei libri che leggo e la consapevolezza che una parte di me sta irrimediabilmente andando via, e che non è necessariamente un male.

Sto vivendo molte più emozioni di quelle traducibili in parole. Amando scrivere, forse questo dovrebbe frustrarmi. La verità è che ho capito che alcune emozioni vanno lasciate dove sono, senza inquinarle con la nostra assurda pretesa di poterle spiegare.

una cassa dritta nell’anima

 

Il suono dell’omertà

Che sarà mai. È tutta scena. Ma ci pensi a quanti soldi sprecati? La gente muore di fame e lui fa la bella vita con la scorta. Non lo stare a sentire quello lì, è pazzo. Cerchi solo attenzioni. Guarda tu che fesserie si inventa. Vuoi metterci tutti nei guai? Cosa pensi, di cambiare il mondo? Le cose sono sempre andate avanti così. A noi non interessa. Dici queste cose solo perché sei giovane. Non sai di cosa stai parlando. Smetti di parlarne, sono tutte idiozie. Signora, abbiamo avuto troppo pochi risultati per poterle lasciare la scorta. I giornali li ho comprati tutti io, così il tuo articolo non lo legge nessuno. Valuteremo se la scorta gli serve davvero.

 

Lo sparo di una pistola.

 

Se l’è cercata.

 

Le morti per omertà non sono silenziose. Questo è il rumore che fanno.

Umano, troppo umano

Sarò breve, perché, semplicemente, il disgusto mi toglie le parole di bocca.

Toninelli che ‘non capisce la domanda’ quando Mentana gli chiede se non sarebbe stato meglio chiedere l’apertura di tutti i porti d’Europa, dal momento che l’obiettivo (in base a quanto dichiarato) non sarebbe la chiusura. Salvini che prima giura sul Vangelo, ma che poi si rifiuta di pensare che su quella nave potrebbero esserci anche i suoi figli.

Persone che sono arrivate al governo di questo Paese in nome di principi, di valori, di una morale che sarebbe dovuta essere umana, ma che si rivela fin troppo umana.

Signori, come riuscite a dormire la notte? Come riuscite a guardarvi allo specchio?

Se solo aveste la buona grazia di aprire un Bignami di storia (solo un Bignami, non un libro completo, così magari le frasi che vi serve ricordare riuscite anche a tweettarle), sapreste cosa significa, storicamente, non essere capaci di separare Stato e Chiesa, chiudere le porte anziché aprirle. Sapreste che quell’uomo, il cui nome adesso è usato come sinonimo di ‘genio’ e che si chiamava Einstein, era ebreo ed è stato costretto ad emigrare in America. Magari riuscireste anche a capire che gli americani, al pari degli europei, non avevano nessun diritto divino per essere nati in America, anzi, erano discendenti di immigrati. Immigrati, al pari di Einstein e delle 629 persone che state abbandonando in mare, ma questa è un’altra storia.

Se solo sapeste cosa ha significato, per circa un ventennio, il grido ‘Prima gli italiani!’, se solo ricordaste che, durante il secolo scorso, su quei barconi, ad affrontare il viaggio della speranza, c’eravamo noi, se solo vi rendeste conto che i luoghi comuni che contribuite, tacitamente, a diffondere sono gli stessi con cui hanno dovuto scontrarsi gli italiani oltreoceano…

Se solo studiaste quello che vi serve sapere per fare il vostro lavoro, dannazione, se solo faceste questo.

Non serve patire la fame per essere umani, se vi sforzaste un po’, magari, ci riuscireste anche voi.

#apriteiporti