Il suono dell’omertà

Che sarà mai. È tutta scena. Ma ci pensi a quanti soldi sprecati? La gente muore di fame e lui fa la bella vita con la scorta. Non lo stare a sentire quello lì, è pazzo. Cerchi solo attenzioni. Guarda tu che fesserie si inventa. Vuoi metterci tutti nei guai? Cosa pensi, di cambiare il mondo? Le cose sono sempre andate avanti così. A noi non interessa. Dici queste cose solo perché sei giovane. Non sai di cosa stai parlando. Smetti di parlarne, sono tutte idiozie. Signora, abbiamo avuto troppo pochi risultati per poterle lasciare la scorta. I giornali li ho comprati tutti io, così il tuo articolo non lo legge nessuno. Valuteremo se la scorta gli serve davvero.

 

Lo sparo di una pistola.

 

Se l’è cercata.

 

Le morti per omertà non sono silenziose. Questo è il rumore che fanno.

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Umano, troppo umano

Sarò breve, perché, semplicemente, il disgusto mi toglie le parole di bocca.

Toninelli che ‘non capisce la domanda’ quando Mentana gli chiede se non sarebbe stato meglio chiedere l’apertura di tutti i porti d’Europa, dal momento che l’obiettivo (in base a quanto dichiarato) non sarebbe la chiusura. Salvini che prima giura sul Vangelo, ma che poi si rifiuta di pensare che su quella nave potrebbero esserci anche i suoi figli.

Persone che sono arrivate al governo di questo Paese in nome di principi, di valori, di una morale che sarebbe dovuta essere umana, ma che si rivela fin troppo umana.

Signori, come riuscite a dormire la notte? Come riuscite a guardarvi allo specchio?

Se solo aveste la buona grazia di aprire un Bignami di storia (solo un Bignami, non un libro completo, così magari le frasi che vi serve ricordare riuscite anche a tweettarle), sapreste cosa significa, storicamente, non essere capaci di separare Stato e Chiesa, chiudere le porte anziché aprirle. Sapreste che quell’uomo, il cui nome adesso è usato come sinonimo di ‘genio’ e che si chiamava Einstein, era ebreo ed è stato costretto ad emigrare in America. Magari riuscireste anche a capire che gli americani, al pari degli europei, non avevano nessun diritto divino per essere nati in America, anzi, erano discendenti di immigrati. Immigrati, al pari di Einstein e delle 629 persone che state abbandonando in mare, ma questa è un’altra storia.

Se solo sapeste cosa ha significato, per circa un ventennio, il grido ‘Prima gli italiani!’, se solo ricordaste che, durante il secolo scorso, su quei barconi, ad affrontare il viaggio della speranza, c’eravamo noi, se solo vi rendeste conto che i luoghi comuni che contribuite, tacitamente, a diffondere sono gli stessi con cui hanno dovuto scontrarsi gli italiani oltreoceano…

Se solo studiaste quello che vi serve sapere per fare il vostro lavoro, dannazione, se solo faceste questo.

Non serve patire la fame per essere umani, se vi sforzaste un po’, magari, ci riuscireste anche voi.

#apriteiporti

Ultimo

Oggi è stato il mio ultimo ultimo giorno di scuola. Lo sapevo, sapevo da sempre che un giorno non sarei mai più andata a scuola, che ci sarebbe stata una campanella che sarebbe stata l’ultima, che a un certo punto della mia vita questo sarebbe stato un capitolo chiuso.

Lo sapevo, ma oggi l’ho realizzato.

Hanno un sapore strano le cose, quando sono ultime. Non cattivo, solo diverso.

Sono entrata in classe, con il fiatone per le scale, con una mano ho lasciato lo zaino sul banco mentre l’altra era già tesa in avanti per aprire la finestra. Un gesto abituale, ripetuto, sempre uguale, tutti i giorni dell’ultimo paio di mesi, in cui abbiamo cominciato a sopportare poco il caldo. Affacciandomi per per farmi scorrere sul viso l’aria fresca, per un attimo mi è parso di berla più che respirarla, come se stessi mandando giù l’ultimo sorso d’acqua prima di buttar via la bottiglietta all’aeroporto.

Le chiacchiere con il mio compagno di banco hanno sempre avuto il sapore di casa, ma oggi di più. Oggi avevano il sapore dell’attesa infantile dell’arrivo di qualcosa di lontano, che non fa visita quasi mai e che resta sempre per poco, e che porta con sè la bellezza sottile del remoto. Chissà cos’è, come si chiama. Forse un giorno lo scoprirò, o forse no. Forse, è bello lasciarlo così, nello stupore delicato dell’ignoto.

Le cose abituali diventano particolarmente belle quando sono ultime: l’ultimo diciottesimo, l’ultimo compito, l’ultima volta che si fa pace dopo aver litigato.

Vorrei che, alla fine di questo pezzo della mia vita, si potesse tenere conto di cose del genere. Magari, perché no, anche all’esame. Forse, sarebbe anche più giusto.

È il mio ultimo articolo da liceale, e, come questa giornata, mi sembra completamente, meravigliosamente assurdo.

Lettera ai miei ladri

Cari Ladri,
probabilmente non vi siete mai resi conto di cosa avete rubato, e ve lo spiego volentieri.
Cari Ladri, sapete cos’è l’autostima? Io non l’ho conosciuta per molto tempo, pur avendola cercata a lungo, così a lungo da pensare che, forse, per me non ce n’era.
Cari Ladri, non so se conoscete tutti i diritti fondamentali dell’uomo. Da me ve ne siete presi qualcuno, come il diritto alla parola o alla ricerca della felicità.
Cari Ladri, anche il tempo può essere rubato. Voi me lo sottraevate in mille modi.
Sono stata lapidata da messaggi pesanti come macigni. Mi avete accoltellata con risate affilate come rasoi. Ogni giornata mi sembrava un urlo, soffocato, ininterrotto, straziante e non ascoltato.
Cari Ladri, spero non abbiate mai capito davvero l’importanza di quel che stavate rubando, perché non voglio credere che si possa essere così crudeli da voler consapevolmente sottrarre così tanto a qualcuno.
Cari Ladri, l’autostima l’ho riconquistata, pezzo dopo pezzo. La voglia di vivere l’ho recuperata, e non sono mai stata più felice di aver ritrovato qualcosa. Ma c’è una cosa che non riavrò mai più indietro: il tempo.
Mi avete rubato anni che non mi restituirà più nessuno, e con loro mille occasioni che non ho avuto la possibilità di prendere: bisogna essere sicuri di sé per pensare di meritarsi un cambiamento, e voi, questo, me lo avete negato.
Cari Ladri, dopo avermi rubato tutte queste cose, mi dovete almeno una risposta: perché? Cosa ne avete fatto della mia felicità, della mia identità, del mio tempo? Come potevate mai usarli? Era davvero così divertente prendermeli per il gusto di togliermeli?
Cari Ladri, tra di voi non c’è solo chi ha preso: ci sono troppi che hanno voluto far finta di non sapere. Alcuni di voi, una volta, li chiamavo amici, ed è a loro che voglio dedicare queste ultime righe.
Siete quelli che meno riesco a perdonare. Ci penso, ci ripenso, e non riesco a trovare niente che mi renda la vostra mancanza di spina dorsale almeno vagamente comprensibile.
Siete quelli che mi hanno fatto più male.
E, se i miei ex aguzzini sono solo dei poveri idioti, voi resterete sempre dei traditori.

Caro ministro Fontana

Caro ministro Fontana,

è diventato ministro da neanche una settimana e le sue affermazioni fanno già strabuzzare gli occhi a mezza Italia.

Caro ministro Fontana,

in effetti lei ha ragione: in Italia, le famiglie gay non esistono ancora.

Sa cos’altro, in Italia, ancora non esiste?

Non esiste ancora il reddito di cittadinanza, un sistema che incentivi gli studenti a denunciare i casi di bullismo di cui sono a conoscenza, la certezza della pena.

Di queste cose però nessuno si è limitato a dire che ancora non esistono, nessuno ha liquidato il problema. Non mi fraintenda, io per prima li considero punti fondamentali su cui è necessario lavorare, anzi, sono tra i motivi per cui io, questo governo, l’ho voluto. Ma sono anche fermamente convinta che la dignità dell’amore vada riconosciuta, ed è un punto altrettanto importante.

Mi dicono che le sue affermazioni sono state smentite, che quello che dice non è previsto nel contratto di governo, che si tratta di opinioni personali.

Il punto è che, di un ministro della famiglia che neanche prende in considerazione l’eventualità di una famiglia diversa da quella ‘tradizionale’, io faccio fatica a fidarmi.

Ministro Fontana, la prego, mi spieghi: è tanto diverso l’amore che prova per sua moglie da quello che posso provare io per un’altra donna? Ha così tanta dignità in più da meritare un riconoscimento elitario?

Ministro Fontana, è vero: come tante cose, in Italia le famiglie gay ancora non esistono. Ma sa di chi è il compito di cambiare le cose, adesso?

Suo.

Firmato: un’italiana una donna una persona che non vuole ancora perdere la speranza.

Me lo prometto

Chi mi segue da un po’ sa che sono stata vittima di bullismo, ne ho parlato in diversi post, come “M.T.” o “Lettera alle mie maestre elementari”, mentre “L’inizio e la fine” l’ho scritto quando ne sono uscita.

Una cosa che invece non ho detto è che sto cercando di far uscire qualcosa di buono da questa storia, scrivendola. Spero di riuscire a pubblicarla un giorno, non per narcisismo (anche se uno scrittore è sempre un po’ narcisista), ma perché quando è successo a me avevo un bisogno disperato di qualcuno che mi dicesse che c’era già passato, e che si poteva superare. E poi anche perché, per usare le parole di Carlos Ruiz Zafon, “si beve per ricordare e si scrive per dimenticare”.

Quello che Zafon non dice è che scrivere fa un male cane.

Per scrivere bene non basta descrivere, bisogna rivivere. E in questo momento sto rivivendo i cori, che non mi sono mai realmente usciti dalla testa, con cui i miei compagni di classe in prima media mi urlavano che dovevo morire.

In questo momento ho undici anni, porto il cerchietto e sto singhiozzando sul computer, mentre la parte di me che ha diciotto anni mi giura che pubblicherà questa dannatissima storia.

Anche se dovesse essere l’ultima cosa che faccio, te lo prometto, me lo prometto: questa storia io la pubblico.

M. T.

Una volta, all’inizio della quarta liceo, portarono la nostra classe ad uno spettacolo teatrale sulla sindrome di Asperger. Era stata messa in scena la storia vera dell’attore protagonista, che, a causa di questa sua condizione, era stato vittima di bullismo.

Io avevo appena lasciato la mia ex classe, dove avevo vissuto la stessa situazione. Fu come rivedermi, anche se non soffrivo di nessun problema di salute riconducibile, anche solo vagamente, ad una sindrome come l’Asperger, e rivedermi dopo così poco tempo dalla fine del mio problema fu come un pugno nello stomaco.

Cominciai a piangere. A singhiozzi. Non riuscivo a fermarmi in nessun modo.

Tu eri accanto a me, e ancora non mi conoscevi. Le luci erano spente, ma potevi sentire i singhiozzi che non riuscivo a nascondere, e mi hai offerto un fazzoletto. La mia prima reazione fu un rifiuto, detto con quanta più gentilezza riuscii a trovare, ma comunque un rifiuto. Fu una reazione quasi istintiva, ero troppo abituata a vivere in mezzo agli stronzi per disattivare così velocemente un meccanismo di autodifesa che avevo usato per anni. Mi dispiace.

Dovetti fare uno sforzo per ricordarmi che ero al sicuro.

«Scusa…forse mi serve il fazzoletto…»

Hai riso e me lo hai dato, con una naturalezza che pareva irreale. Succedono davvero certe cose? Succedono davvero a me?

È un episodio da nulla, una stupidaggine, e forse te lo sarai anche dimenticato. Ma dovevo dirti quanto è stato importante per me che qualcuno si sia accorto che piangevo, e che si sia addirittura preoccupato di darmi un fazzoletto, di chiedermi se stavo bene.

Tra poco dovremo affrontare l’esame, e abbiamo tante verifiche che la metà basta, e a malapena abbiamo il tempo di dormire, ma non mi sarei sentita a posto con me stessa se non ti avessi detto questo prima.

Grazie. Grazie perché senza di te adesso sarei diversa. Grazie, perché da quel fazzoletto è nata una di quelle amicizie che temevo non avrei trovato mai.

M. T., grazie.